Cenni biografici di Ola Cavagna

Il percorso artistico di Ola Cavagna fluisce tra incontri e necessità, mutando ruoli e personaggi, la sua creatività pulsa e reagisce come coscienza e la sua fucina è da sempre il teatro. Al confine tra istituzione e ricerca artistica, umana e spirituale, il suo essere outsider si traduce nell’interesse per le storie al limite, l’avvicina agli emarginati, ai diversi, agli stranieri, agli ultimi che ci chiedono di fare i conti con la nostra coscienza e con la nostra presunta normalità.

Nel comporre la drammaturgia di Vasta è la prigione, ispirata ai romanzi scritti da Assia Djebar e di Tahar Ben Jelloun, affronta il tema della ‘prigionia psicologica’: costrizione come possibilità di libertà e osservazione della realtà. Se la prima parte del testo è tutta al femminile, incentrata sulla prigionia simbolica del burka, la seconda è dedicata ad una prigionia vera e propria, in cui l’io narrante, che sopravvive alla terribile storia di detenzione, peraltro realmente accaduta, si sente libero e sopravvive perché riesce a non odiare, a non proiettare la sua prigionia né nel presente né nel passato, ancorandosi al vivere qui e ora. “Storie che parlano di donne e di uomini stranieri, di prigionia, di guerra, ma anche e soprattutto di libertà. Il testo della Cavagna, che trascende la cronaca giudiziaria, induce a riflessioni più generali, sulla capacità personale e profonda di riscattarsi dal male, di liberarsi dalle catene” (La Stampa).

Oltre al lavoro precedente, Le Carceri Le Nuove di Torino accolgono nei loro spazi anche Raccontare l’Inferno, dalla prima Cantica di Dante e dal Canto di Ulisse di Primo Levi in “Se questo è un uomo”.  Drammaturgia e regia sono pensate in relazione agli spazi della prigione in cui Ola Cavagna sviluppa un percorso itinerante ideato per il pubblico, dove l’inferno diviene metafora della prigione e poi della condizione umana. “Raccontare l’inferno è un viaggio nelle viscere del grande carcere seguendo le scansioni dei canti dell’Inferno di Dante, infilandosi nell’imbuto che raffigura i gironi descritti nella Commedia, rappresentato dalla scala a chiocciola che collega i piani dei diversi bracci e dai ballatoi a stella che li collega” (L’Unità). L’idea viene della grande pagina di Levi nella quale la poesia di Dante- il canto di Ulisse recitato a memoria- diventa il simbolo di un riscatto e la difesa di una libertà interiore che soli garantiscono la sopravvivenza dell’identità, che tutto quanto c’è intorno intende far perdere.

Per la drammaturgia de L’estrema solitudine si è liberamente ispirata all’opera di Tahar Ben Jelloun.  Per affrontare il delicato tema della vita sentimentale e sessuale degli immigrati africani, nella messa in scena sceglie di invitare sul palco cinque ragazzi africani di origine senegalese presi dalla strada per metterli in relazione con attori professionisti, accorciando così la distanza tra realtà e metafora teatrale. “Lo spettacolo è pensato per un pubblico misto, italiano e africano, il filo della narrazione è costruito in modo che i ragazzi africani intervengano facendo risuonare le eco dei cantastorie africani: monologhi raccontati non solo con l’uso delle percussioni, gli interventi in Wolof sottolineano, ironizzano e commentano la storia alternandosi a esplosioni di grande danza” (La Repubblica).

In Io sono, segnalazione speciale al Premio Teresa Pomodoro, fa una scelta analoga: agli attori disabili della compagnia La Girandola affianca due attori professionisti. In questo spettacolo, che ha come tematica principale quella del viaggio, Ola Cavagna inizia ad avvicinarsi all’immagine, che usa come scenografia: tutta la scena diviene schermo, su cui sono proiettate delle visioni in cui gli attori, immersi, agiscono. L’interesse per l’immagine viene approfondito e maggiormente articolato ne La morte di Ivan Illic in cui sperimenta una drammaturgia testuale e visiva, in cui le proiezioni di volta in volta trasformano gli elementi della scena. La scrittura abbraccia diverse forme drammatiche, racconto, flusso interiore, dialogo e monologo; nella traduzione scenica voci registrate, immagini fisse e in movimento dialogano con il recitato e accompagnano lo svelamento dei personaggi e delle loro vicende.

Con il teatro si può iniziare una rivoluzione, un cambiamento, per se stessi e per gli altri; perché il teatro è un rituale collettivo, che nasce da una ricerca interiore che ci mette in rapporto con il caos, e l’operazione teatrale è il tentativo di dargli un ordine. Teatro quindi non come emulazione della vita, ma come imitazione del processo che la crea. Il pianto di un bambino, la nostalgia di un esule, un’improvvisa febbre dell’anima, rende per commozione gli uomini capaci di comprendersi (Ola Cavagna).

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